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Un approfondimento di Arturo di Corinto e Fabio Nicolucci sul caso Wikileaks. Arturo di Corinto (da sempre vicino a Concreta-Mente) ci spiega in un’intervista a Rai News 24 del 28 luglio 2010 il caso Wikileaks. 
CLIKKA QUI PER VEDERE L’INTERVISTA In sintesi, per Di Corinto “internet è la più grande agorà mai esistita e anche le informazioni dei blogger e il loro riuso diventano nuove forme di giornalismo dal basso che non si possono limitare e che anzi supportano la democrazia attraverso la diffusione delle notizie”. Come noto, dopo lo scoop di Wikileaks con la diffusione di notizie riservate sulla guerra in Afghanistan, riesplode il dibattito su democrazia e nuovi media. Si ricorda che in discussione in Italia c’è un progetto di legge sull'editoria “molto limitativo” su cui ci siamo già espressi anche supportando l’iniziativa “No bavaglio” coordinata da Valerio Onida, Stefano Rodotà ed Ezio Mauro, supportata anche dalla Federazione Nazionale della Stampa. per altri approfondimenti http://www.dicorinto.it/
Sempre sul caso Wikileaks ma più in chiave geopolitica vi segnaliamo l'interessante articolo di Fabio Nicolucci (giornalista e responsabile Osservatorio Mediterraneo e Medio Oriente di Concreta-Mente) sul Mattino del 27 luglio 2010. IL DOSSIER SVELATO Molto più che dalle belle curve della russa Anna Chapman, spia improbabile quanto un astronave di Star Trek, la sicurezza nazionale Usa sembra essere messa a rischio dal simpatico profilo di Julian Assange, cittadino australiano e fondatore nel 2007 del sito internet Wikileaks (leak in inglese significa “soffiata, fuga di notizie”, ndr) che domenica sera ha messo in rete ben 92mila rapporti classificati relativi alla guerra in Afghanistan. E dunque, più che essere nostalgicamente affascinati da un preistorico programma russo di “infiltrazione”, pericoloso quanto una tazza di thè caldo d'agosto, piuttosto ci si dovrebbe interrogare su chi e che cosa ci sia dietro il sito che ieri – non per la prima volta – ha divulgato materiale almeno politicamente se non militarmente sensibile. Alla domanda non vi è immediata risposta, e il sito continua la sua opera politica. Talvolta essa è parsa conseguente all'asserito scopo che “la trasparenza è la via della giustizia”, ma talaltra sembra perlomeno poter essere strumentalizzabile da agenti che vogliono sì rimanere nell'ombra ma mandare avvertimenti alla luce del sole. Questo sembra il caso di oggi. La notizia che vi siano contiguità tra coloro che combattono le truppe Nato in Afghanistan – soprattutto talebani, ma anche la “rete Haqqani” vicina ad Al Qa'ida – e il ramificato servizio segreto pakistano ISI, è una non-notizia. Non solo in senso storico, in quanto proprio l'ISI è stato uno dei padri degli uni e degli altri. Ma anche in senso funzionale: i rapporti tra ISI e CIA sono per questo tesi da tempo, e da tempo l'Amministrazione Usa chiede al Pakistan di recidere del tutto questi legami e di mutare la sua strategia di controterrorismo “selettivo” in una invece “generale”. Mentre infatti davanti al mondo Usa e Pakistan sono alleati di ferro, sotto il tavolo si tirano duri calci agli stinchi. Una relazione schizofrenica, punteggiata da molti incidenti e reciproci sgarbi. La Cia ha scoperto del resto che nel 2009 ben 12 agenti nell'area facevano il doppio gioco, per lo più talpe dell'ISI il cui “inserimento” era stato deciso dal suo capo Ahmed Shuja Pasha. Questi incidenti sono frutto sia della difficoltà per il Pakistan di conciliare il proprio profilo estero filoccidentale con quello interno islamista, sia della consapevolezza che tali rapporti anche di filiazione sono comunque un prezioso bene di scambio nel “grande gioco” intorno all'Afghanistan. A volte è invece un misto di orgoglio nazionale ferito e vincoli interni a suscitare nei rapporti bilaterali un imbarazzo che nel caso di vittime civili diventa rabbia e tensione: come nelle offensive condotte dai droni, i velivoli senza-pilota che decollano da una base Usa denominata “Rino” che si trova nel Baluchistan pakistano. L'accendere i riflettori sulla complicità e contiguità del Pakistan con Talebani e Al-Qa'ida, come è successo ieri, può dunque essere un mezzo di pressione non del tutto sgradito all'Amministrazione Usa, malgrado le sue reprimende ufficiali a wikileak. Tanto più che tale pressione non si può spingere ufficialmente troppo oltre: la CIA ha bisogno dell'ISI, se non fosse perché i droni non possono colpire i loro bersagli se qualcuno sul terreno non li “illumina”. Ecco dunque il paradosso di questo conflitto: la sua concezione è stata sì rinnovata da parte della Casa Bianca, grazie al generale McChrystal e al suo approccio verso i civili e alla nuova concezione integrata dell'intelligence (COIN, counterinsurgency intelligence). Ma essa si è fermata ai confini interni dell'Afghanistan. Sin dall'800, però, il “grande gioco” afghano è sempre stato parte di una partita molto più globale. Confini comuni con tutti i grandi giocatori e intricata composizione etnica hanno infatti da sempre reso non scioglibile solo militarmente il nodo afghano, e quindi rese politiche le sue regole. Tale revisione era in effetti cominciata con il Pakistan e la proclamazione di un approccio integrato “Af-Pak”, ma poi si è fermata. Così è ridiventata una partita tra servizi segreti e non tra uomini politici. Se vuole davvero risalire la china, Obama deve allora completarla e fare una “conferenza informale” sull'Afghanistan con gli altri attori che davvero contano. La Cina e la Russia, certo. Ma soprattutto l'India, assai presente in Afganistan e vicina a Karzai in funzione anti-pakistana, e l'Iran. La collaborazione di quest'ultimo è stata decisiva subito dopo l'11 settembre per mettere alle corde i talebani, privandoli di una via di fuga a sud. Quando però Bush decise di spostare uomini e risorse nel deserto iracheno, non solo Osama bin Laden riuscì a sfuggire sulle impervie montagne di Tora Bora, in una gelida notte tra il 13 e il 14 dicembre 2001, alle truppe speciali che lo stavano per acciuffare, ma l'Iran da aiuto diventò un nemico. E le cose cambiarono.
Fabio Nicolucci
(articolo pubblicato su Il Mattino di martedì 27 luglio 2010)
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